Il vino e La Traviata

Francesco Maria Piave (1810-1867), poeta ufficiale della Fenice di Venezia e poi della Scala di Milano, ha scritto dieci libretti per Giuseppe Verdi, tra i quali Rigoletto (1851) e La Traviata (1853).

Quest’ultima, tratta dalla Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, viene considerata l’opera più romantica di Verdi. Nel primo atto, nel salotto di Violetta Valery, il giovane Alfredo Germont propone un brindisi a tempo di walzer (che diventerà una delle arie più popolari dell’opera) in cui si inneggiano l’amore e il vino che fa dimenticare la fugacità dei piaceri della vita, a presagire il triste esito della vicenda (Violetta, dopo l’amore contrastato con Alfredo, gli morirà accanto minata dalla tubercolosi).

Alfredo

Libiam ne’ lieti calici

Che la bellezza infiora,

e la fuggevol ora

s’inebri a voluttà.

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Libiam ne’ dolci fremiti

Che suscita l’amore,

poiché quell’occhio al core

(indicando Violetta)

onnipotente va.

Libiamo, amor fra i calici

Più caldi baci avrà.

Tutti

Libiamo, amor fra i calici

Più caldi baci avrà.

Violetta (S’alza)

Tra voi saprò dividere

Il tempo mio giocondo;

tutto è follia nel mondo

ciò che non è piacer.

Godiam, fugace e rapido

È il gaudio dell’amore;

è un fior che nasce e muore,

né più si può goder.

Godiam… c’invita un fervido

accento lusinghier.

Tutti

Godiam… la tazza e il cantico

La notte abbella e il riso;

in questo paradiso

ne scopre il nuovo dì.

(F.M. PIAVE, La traviata. Melodramma in tre atti, Torino, Teatro Regio, 1999)

di Giovanni Casalegno

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