Revolutionary road

In attesa che esca Cinegustologia, saggio del critico cinematografico ed enogastronomico Marco Lombardi, oggi Leggere è un gusto! inaugura una nuova rubrica su questo sistema linguistico che permette di raccontare i vini ed i cibi in maniera del tutto personale, servendosi del cinema!.

La letteratura alta non ha età, ed è per questo che l’ancora poco conosciuto capolavoro di Richard Yates, “Revolutionary road”, in barba ai suoi 48 anni di vita risulta sempre attualissimo nella versione cinematografica firmata da Sam Mendes, quello di “American beauty”, con interpreti Leonardo di Caprio e l’intensissima Kate Winslet.

La pellicola racconta la storia di una coppia borghese qualunque della New York degli anni ’50, quando le famiglie dovevano per forza essere composte da un marito indomito lavoratore, una moglie indomita casalinga, due figli possibilmente di sesso diverso, una bella macchina ed una bella casa con giardino per essere considerate delle famiglie per bene, cioè a posto/in regola/come si deve. In effetti, allora come oggi, dietro l’apparente equilibrio della comunissima casa Wheeler si agitano dei più che verosimili fantasmi che la pellicola riesce a trasmettere con inquietante profondità, senza sconti per il comune bisogno dell’happy end. Così che, anche quando la donna – più consapevole e coraggiosa del marito rispetto alle avvisaglie di un’apocalisse prossima ventura – cerca di ribaltare i ruoli, proponendo un trasloco radicale ed un’organizzazione interna familiare completamente fuori dagli schemi pur di salvare l’amore e l’unione, alla fine prevale la paura del cambiamento, anche se quella stasi in cui i due vivono è davvero l’anticamera della morte. Dell’anima, dunque anche del corpo.

La bellezza del film sta nel suo corto circuito interiore, che riproduce benissimo quello narrativo testé raccontato: la confezione da film classico (dalla fotografia alle interpretazioni al montaggio), che è l’alter ego del bisogno di apparenze rassicuranti da parte dei due coniugi, in effetti nasconde un vulcano pronto ad eruttare. È appunto questo paradosso che rende la pellicola estremamente complessa. Come un buon vino, di quelli difficili. L’incipit è infatti suadente, proprio come casa Wheeler: al naso si sentono dei profumi floreali delicati e inebrianti (forse troppo, col senno di poi, per essere duraturi), mentre il primo impatto in bocca sembrerebbe riprodurre lo stesso tipo di “film”: morbidezza ed aromaticità a go-go, come se dietro stessero suonando i violini. Poi ecco salire prepotente tutto un insieme di note decadenti che, nel loro sapore acido di minerali e di cenere, fanno emergere l’idea della corrosione, del dramma e della morte, peraltro “raccontate” con magnetica poesia. Note decadenti che un palato distratto può anche non sentire, fermo com’è alle prime sensazioni suadenti.

Nel complesso “Revolutionary road” fa pensare ai più secchi Riesling renani. Quelli che, nonostante la bassissima concentrazione zuccherina, hanno un’aromaticità che sembrerebbe nascondere tutte le note più ostiche e spigolose, fino a farli sembrare dei vini dolci. Proprio come i coniugi Wheeler che rimangono alla superficie delle cose e non sentono fino in fondo le note per nulla morbide che stanno dietro l’apparenza confettata della loro vita insieme.

di Marco Lombardi.


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