La rapa di Ariosto


Nelle sue Satire, Ludovico Ariosto presenta l’altra faccia della medaglia della Corte rinascimentale. Se nel Furioso (come anche nel trattato del suo amico Baldassar Castiglione intitolato “Il libro del Cortegiano”) si mettono in risalto gli aspetti positivi della vita di Corte, nelle Satire invece emergono i limiti di essa: i servizi che il cortigiano deve al suo Signore, l’obbedienza assoluta, l’obbligo di accompagnarlo ovunque vada e la conseguente mancanza di libertà. Al cugino Malaguzzi che gli chiede come egli si trovi – dopo il licenziamento subito dal cardinale Ippolito d’Este per non averlo voluto seguire in Ungheria- al servizio di Alfonso, risponde, nella terza satira, che, se anche l’attuale padrone è migliore del precedente, egli resta un servo.

E qui confessa che, piuttosto di partecipare ai grandi banchetti, dove si servono cibi raffinati, come volatili e selvaggina, preferisce starsene a casa sua, a gustarsi una rapa:

Chi brama onor di sprone o di capello,

serva re, duca, cardinale o papa;

io no, che poco curo questo e quello.

In casa mia mi sa meglio una rapa,

ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco,

e mondo, e spargo poi di aceto e sapa,

che all’altrui mensa tordo, starna o porco

selvaggio… (Satira III, 40-48)

Proponiamo una ricetta non molto diversa da quella (programmaticamente fin troppo rustica e primitiva) del poeta rinascimentale.

Rape al burro, aceto e sapa

Scegliere rape di buona qualità, pelarle accuratamente e farle lessare in acqua bollente salata. Sgocciolarle, farle raffreddare e tagliarle a fette piuttosto spesse. Liquefare del burro in un tegame, gettarvi le fette di rape e farle indorare; aggiungere un po’ di aceto di Modena e due cucchiai di sapa (salsa ottenuta salando a cuocendo mosto rosso fino a farlo condensare) e far cuocere pochi minuti.

di Andrea Maia

Andrea Maia per la collana “Leggere è un gusto!” ha pubblicato Colazione con un centauro, Le osterie di Dublino e La contrada di Bengodi.

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