Scugnizzi

In attesa che esca Cinegustologia, saggio del critico cinematografico ed enogastronomico Marco Lombardi, Leggere è un gusto! Inaugura una nuova rubrica su questo nuovo sistema linguistico che permette di raccontare i vini ed i cibi in maniera del tutto personale, servendosi del cinema!

Di recente c’hanno poi fatto un musical con dentro altre canzoni, anche loro belle, ma quello che la colonna sonora di Claudio Mattone ha saputo creare insieme alla sceneggiatura del regista Nanni Loy, e cioè il film “Scugnizzi”, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989 per la migliore interpretazione corale, è davvero qualcosa di unico, che ti entra dentro al cuore. La pellicola è una specie di spettacolo nello spettacolo, visto che rappresenta una rappresentazione, quella di un gruppo di ragazzi del carcere minorile di Nisida messi insieme da un mediocre organizzatore di spettacoli, Fortunato Assante alias Leo Gullotta, che presto trasforma il suo bisogno di denaro in una specie di missione, quella di trovare un seppur temporaneo riscatto per questi ragazzi cui la vita ha tolto tutto, senza dare niente in cambio.

l film è diviso fra il dentro e il fuori: il dentro sono le prove, è lo spettacolo, sono i rapporti fra i ragazzi ed il pubblico ed il palcoscenico, mentre il fuori sono le singole storie di ciascuno di loro, quelle della strada. Storie che Nanni Loy ci racconta per spiegarci il perché quei quasi bambini siano già in carcere, insieme al perché di certi loro comportamenti, e paure, e desideri. Il tutto all’interno di un’unica confezione artistica che è quella della napoletaneità, dove il dramma (della violenza) e la decadenza (delle pessime condizioni di vita) e la gioia (di vivere cantando) si mescolano insieme in un tutt’uno quasi perverso, in una sorta di autompiacimento estatico della sofferenza che, in quanto sentimento “forte”, ha dalla sua la capacità di farti sentire comunque vivo.

Queste due diverse caratteristiche dal film, il dentro ed il fuori, e la napoletaneità, me lo fanno pensare in due modi, e cioè come un Aglianico e come uno Sfurzat, in particolare il Canua dei Conti Sertoli Salis. Nel primo caso non tanto perché l’Aglianico è un vitigno “scugnizzo”, quanto perché pure lui, nell’alternare il frutto maturo ed i fiori profumati che fanno pensare al sole, cioè al fuori, al tabacco tendente al cinereo che fa pensare al sottosuolo calcareo, cioè al “dentro”, rappresenta benissimo la suddetta alternanza del film. La napoletaneità, invece, è bene espressa dallo Sfurzat Canua perché quel vino mette insieme l’ostica complessità del nebbiolo, che è la condizione di quei ragazzi resi complessi (e complicati) dalla vita, con il dolce, talora dolciastro, dato dalla surmaturazione degli acini, un “metodo” capace di rendere dolce ciò che dolce, di fatto, non sarebbe proprio.

di Marco Lombardi

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