Dubai e le perle del Golfo


Tutto nacque da una perla. E a pensarci bene sembra proprio che il destino fosse già segnato proprio in questo universale simbolo di eleganza, essenzialità, ricchezza. Le perle erano la principale fonte di introiti, alle quale si aggiunse poi la capacità di sfruttare gli approdi lungo la costa e di farli diventare il punto di appoggio per le compagnie di navigazione che trasportavano merci sul Golfo. L’attività continuò e, anzi, divenne ancora più frenetica quando i vicini Emirati stavano per essere scossi dalla rivoluzione del petrolio. Dubai non galleggia sullo stesso mare nero del sottosuolo della vicina Abu Dhabi. Qui il mare è sempre stato del suo colore ed era quello l’unico mare che produceva la ricchezza dell’Emirato: prima perle e commerci, poi anche turismo, garantito da temperature eccezionali durante l’inverno, dal confort estremo degli alberghi, da ristoranti, centri di divertimento, locali notturni e soprattutto oggetti da comprare.

Un caso eclatante di strategia pianificata, un paese adattato a un modello, un simbolo di investimento redditizio. Investimento fatto senza limitare spese e fantasia. A coronare il sogno sono stati chiamati architetti e designers, progettisti di eventi e consulenti di immagine. Il risultato? Provate a cercare una camera d’albergo durante l’annuale Dubai Shopping Festival e non vi sarà difficile rispondere. Dalla prima edizione del 1996, nata per dare un impulso ulteriore al commercio, il festival è diventato una girandola irrefrenabile, uno degli appuntamenti più frequentati dagli appassionati di shopping e non solo. Dura un mese, durante il quale l’apoteosi degli acquisti non conosce sosta: migliaia di negozi tentano i visitatori con prezzi irresistibili e la frenesia si intreccia con spettacoli di strada, concerti, corse di cavalli, serate, lustrini e giochi. Il paese ringrazia e investe in bellezza, gli ingegneri ridisegnano l’ambiente e alle attrattive locali aggiungono anche quella del nuovo volto urbano.

C’erano torri del vento su entrambe le sponde del Creek, l’insenatura di mare che divide a metà il centro di Dubai separando Deira, da una parte, e Bur Dubai, verso sud. Sono cinte da nastri di asfalto che bordano gli intervalli di verde ai piedi degli sfarzosi palazzi di vetro su cui sfrecciano le auto, complementi della vita quotidiana, qui più che altrove. Il complesso progetto urbano le ha rese indispensabili anche per tragitti brevi, ma nel cuore del vecchio centro ci si può concedere una passeggiata a piedi. Anche se sottoposto a intervento di lifting, non ha perso i suoi tratti caratteristici che ricordano le origini e le celebrano orgogliosamente.

Il Dubai Museum di Bastakia, aperto nel settecentesco Forte Al Fahidi, racconta la vita quotidiana sulle sponde del Creek quando non c’erano grattacieli ma soltanto villaggi aggrappati alle oasi di palme da dattero e pescatori di perle. Pesi, bilance e setacci ricordano la storia del mare e dei mercanti, di coloro che inconsapevolmente delinearono le future fortune di Dubai. Per spostarsi, fino agli anni ’60, usavano i dhow, barche a vela che solcavano il mare tra la Penisola Arabica e l’India e che qui gettavano l’ancora prima di riprendere il viaggio. Se ne vedono ancora sul Creek, ed è uno spettacolo. Ma per passare da una sponda all’altra si deve ricorrere agli abra, taxi a motore che traghettano i turisti in esplorazione. Magari fra i suq, che in questa parte della città sostituiscono gli avveniristici mall. Oro a profusione, soprattutto, ma anche spezie, incenso, petali di rosae, abiti in cotone e stoffe di seta esposti davanti alle botteghe. Il suq dell’oro è uno dei più visitati: le vetrine dei negozi sono stracolme di collane e ciondoli, anelli e orecchini lavorati e venduti a prezzi tra i più bassi del mondo.

Fondali bassi e scogliere coralline, un litorale frastagliato a volte circondato da mangrovie e proteso verso l’interno, verso quella distesa di deserto chiamata Rub Al Khali, il Quarto Vuoto, il deserto di sabbia più grande del mondo, annunciato da ripide vallate scolpite dal vento a ridosso delle basse pianure costiere. Questo è il panorama che si dividono Dubai e i suoi vicini, gli Emirati Arabi Uniti.

Sono sette, uno accanto all’altro, in quell’angolo di Penisola Arabica proteso verso il Golfo Persico. Un piccolo concentrato di contrasti, nati poco più di trent’anni fa e protagonisti di uno sviluppo senza precedenti che li ha trasformati da terre di pescatori e nomadi in luoghi del futuro, in cui palazzi di vetro e acciaio hanno sostituito le casupole di foglie di palma, dove grigi nastri di cemento a sei corsie hanno ricoperto le piste del deserto, dove i bracci di mare attraversati da piccole imbarcazioni ora sono scavalcati da ponti futuristici. Distese di sabbia che lambiscono un mare invidiabile, monarchie assolute che non rinunciano alle tradizioni culturali ma che strizzano l’occhio, anzi accolgono con favore i prodigi della tecnologia, dove l’impareggiabile ospitalità araba ha sposato perfettamente l’altissimo livello dei servizi alberghieri.

Molto tempo prima che petrolio e grattacieli cambiassero il volto del Golfo Persico, il più potente dei sette Emirati era Sharjah, terzo per grandezza, sviluppatosi oggi come centro culturale. Ma visto che gran parte della fortuna e del successo dipendevano (e dipendono) dall’intraprendenza e dagli obiettivi degli emiri che ne erano a capo, fu Abu Dhabi, guidata da Zayed il Grande che cominciò a muoversi in avanti, superando Sharjah. Alla sua morte le cose cambiarono e fu allora che su Dubai cominciò a brillare una nuova stella, quella della famiglia Al Maktoum che ne fecero prima uno dei porti di base per le compagnie inglesi e poi incrementarono il suo ruolo di scalo commerciale.

Un colpo di genio che fece di Dubai il più fiorente centro commerciale del Golfo e una delle città più famose in tutto il mondo.

di Carla Diamanti

Aricolo apparso su Diario di Bordo


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