I mille volti del banchetto – seconda parte

Il tragico epilogo della vita del Maestro di Cerimonie Vatel segnò il culmine, e l’inizio del declino, di un’epoca. Il suo sogno di rivaleggiare in arditezza con i trionfi di cibo e i macchinari mirabolanti di illustri predecessori, come il Buontalenti, s’infranse contro la vanità di quel mondo, messa a nudo dall’improvvisa mancanza di materie prime. Per l’occasione, aveva progettato nientemeno che un giardino di ghiaccio giocato sui temi della mitologia marina, ovviamente quale cornice ad un pranzo a base di pesce.

Il banchetto è infatti anche, se non soprattutto, esibizione di potere: munifica, ridondante, volta all’eccesso. Venticinque anni prima delle nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV, un’altra città italiana aveva stupito la corte di Francia. Nel 1574, Enrico III trascorse una settimana a Venezia e la Serenissima, che sul sale e le spezie aveva costruito le proprie fortune, non lesinò impegno e denaro. Palladio, Tintoretto e Veronese approntarono un arco trionfale per il sovrano e, immancabilmente, i festeggiamenti si conclusero a tavola. Grande fu la meraviglia dei commensali nel trovarla ornata di sculture del Sansovino: leoni, tigri, frutti, piante. Ma fu quando Enrico si accinse a spiegare il tovagliolo che il suo stupore raggiunse il massimo: gli si sbriciolò tra le dita. Anch’esso, come la tovaglia e le sculture, era di zucchero! Quello zucchero annoverato allora tra le spezie, esotico, prezioso e costosissimo.

Banchetti celebrativi e di nozze non si limitano però alla nobiltà e i grandi artisti al solo ruolo di architetti e scultori. Tornando alla pittura, e alle origini ultraterrene del convivio, è impossibile non citare due esempi di banchetti divini che, distanti tra loro tre secoli e mezzo, dimostrano la continuità del tema nelle sue molteplici forme. Il primo è Il banchetto degli dei di Jan Bruegel, del 1600, il secondo quello dal medesimo titolo dipinto da Max Ernst nel 1948.

Ernst

Bruegel

Risalendo invece dal surrealismo al capostipite della dinastia dei Bruegel, Pieter il Vecchio, facciamo tappa al suo Banchetto nuziale del 1568. Bruegel, detto anche “dei contadini”, era infatti solito partecipare alle feste di paesi e villaggi, travestito da villico, per coglierne “dall’interno” ispirazione e suggestioni. Possiamo quindi immaginarlo tra gli ospiti di questo rinfresco popolare, confondersi tra i suonatori di cornamusa e la sposa, seduta sotto una corona di carta sullo sfondo di un drappo verde. Alla sinistra della festeggiata, in abiti eleganti, unico ad avere una sedia con schienale, il notaio, in un angolo il consueto richiamo moralistico, a simboleggiare la fame e il peccato della ghiottoneria, nei panni della bambina accovacciata intenta a succhiarsi il dito col quale ha ripulito un piatto.

Hogarth

Il potere non è solo quello di divinità e patrizi, o quello di abbandonarsi ad un’effimera opulenza da parte del popolo, è anche quello di… burlarsi del potere stesso. E’ quanto fa William Hogarth con la serie di quattro dipinti – e acqueforti – della Campagna elettorale. Siamo nell’Inghilterra del ’700, tra satira e contese politiche, per l’esattezza nel 1754. La prima scena – Il banchetto – è un vero mosaico di situazioni e personaggi grotteschi che, dopo più di duecentocinquant’anni, non ha perso nulla della sua attualità.

Nell’immaginaria cittadina di Guzzledown, uno dei due partiti in lotta sta pranzando in una locanda, mentre in strada l’altro manifesta e inveisce. Politicanti, riconoscibili dalle coccarde gialle, e galoppini, si alternano a ubriachi, musici, donne intente a tradire i mariti che brindano alla bandiera del partito. Ne scaturisce un piccolo vaudeville. L’ostessa bacia un candidato, mentre una bimba gli ruba l’anello, un altro improvvisa una marionetta col proprio pugno cinto da un tovagliolo per il divertimento dei commensali. Più in là, stordito dal troppo cibo e dal vino, un uomo grasso dal viso enfio, in abito talare, sembra estraneo a tutto ciò che lo circonda. Tra i due tavoli, un ragazzo prepara un gigantesco punch in un enorme mastello. Il sindaco, sulla destra, è addirittura svenuto per le troppe ostriche mangiate e un cerusico lo sta salassando allo scopo di farlo rinvenire. Accanto a lui, il segretario – con di fronte un libro mastro e la campanella – è stato colpito da un mattone lanciato, attraverso la finestra, dai manifestanti ed è effigiato nell’atto di cadere. Dietro di loro si sta compiendo un tentativo di corruzione. Oltre la finestra, si intravede il corteo dei manifestanti che innalzano un drappo con lo slogan “Marry and Multiply, spite of the devil” – “Sposatevi e moltiplicatevi a dispetto del diavolo”. L’oggetto del contendere era allora il Marriage Act, decreto del 1753 col quale venivano abolite le “unioni libere”… Niente di nuovo sotto il sole.

di Roberto Carretta, autore de La cucina delle fiabe, e Renato Viola

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