Uomini che odiano le donne

In attesa che esca Cinegustologia, saggio del critico cine-gastronomico Marco Lombardi, proseguono su Leggere è un gusto! le anticipazioni di questo nuovo sistema linguistico che permette d’incrociare i suoni e le immagini della settima arte colle opposte categorie del vino: olfattive, gustative e tattili.

Uominicheodianoledonne

Non è facile per un film brillare di luce propria se alle sue spalle ha un romanzo di successo, e se l’autore letterario non ha partecipato alla redazione della sceneggiatura. Eppure l’appena uscito “Uomini che odiano le donne”, tratto appunto dall’omonimo romanzo di Stieg Larsson (650.000 copie vendute soltanto in Italia), ce la fa comunque a trovare un suo perché, rispetto alla pagina scritta: non tanto per essere riuscito a riprodurre per immagini la tensione che caratterizza questo lunghissimo thriller tutto nordeuropeo, piuttosto per il fatto di aver trovato un’attrice in grado di valorizzare la protagonista del romanzo, una post-punk (“post” perché più “acconciata”, e pure hacker) che di nome fa Lisbeth. Intorno c’è poi il suo incontro con Mikael Blomkvist, un giornalista che dopo essere stato ingiustamente condannato a seguito di un’inchiesta che aveva avuto il torto di toccare certi poteri forti, viene assoldato da un ricco magnate (Henrik Vanger) affinché scopra le radici di un antico mistero, quello che causò la scomparsa della giovane Harriet durante una riunione familiare. Un po’ perché in quella casa non c’erano altri che loro, un po’ perché i membri della famiglia Vanger parrebbero essere solo dei caimani attenti al denaro, l’anziano Henrik pensa infatti che il colpevole sia uno di loro.

Uomini che odiano le donne

“Uomini che odiano le donne” riesce bene a mettere insieme l’educato rigore del giornalista con l’irriverente intelligenza di Lisbeth. Purtroppo non posso entrare nei dettagli, trattandosi di un film che vive delle sue sorprese, ma state pur certi che loro due insieme ne combineranno delle belle, da ogni punto di vista. Peraltro, concentrandoci sulla post-punk Lisbeth, bisogna dire che l’attrice Noomi Rapace riesce a rendere al meglio quel suo concentrato d’intolleranza sociale e di profondissima (e sotterranea) umanità, quella che a causa di certi brutti episodi della vita aveva tenuto difensivamente nascosta nell’illusione che così si potesse anche solo sopravvivere. Tutti questi tratti fanno pensare a Lisbeth (cioè al film, pieno com’è di lei) ad un vino bianco piuttosto acido che solo dopo un po’ di tempo nel bicchiere riesce a sprigionare la morbidezza che ha in sé, oppure ad un altro i cui aromi fruttati (olfattivi e gustativi) riescono a vincere gli spigoli che si presentano in bocca fino a prevalere (però armonicamente) su di loro.

Il primo caso è quello di uno Chardonnay cresciuto non al sole della Sicilia, ad esempio “L’altro” di Pio Cesare, dove la morbidezza conferitagli dal passaggio in legno emerge sì alla distanza, ma in maniera così nitida da farci sembrare l’acidità iniziale come un suo complemento necessario; il secondo è quello di un Arneis (ad esempio quello di Bruno Giacosa) la cui scorbuticità al palato viene appunto “domata” da tutto un insieme di fragranze floreali che gli derivano dalla criomacerazione, cioè dalla fermentazione a temperatura controllata. Chissà, anche i chiodi (non di garofano, bensì di metallo!) del giubbotto in pelle nera di Lisbeth magari profumano di rosa e sanno di fragola …

di Marco Lombardi


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