Notte senza fine

In attesa che esca Cinegustologia, saggio del critico cine-gastronomico Marco Lombardi, proseguono su Leggere è un gusto! le recensioni filmiche del nostro autore attraverso il suo nuovo sistema linguistico che permette di raccontare i suoni e le immagini della settima arte attraverso le opposte categorie del vino, cioè coi profumi, i sapori e le sensazioni tattili.

Dopo quasi 5 anni di attesa, l’opera prima di Elisabetta Sgarbi è finalmente disponibile in dvd, evviva. Perché il suo “Notte senza fine”, che ai tempi venne presentato in concorso al “Torino Film Festival”, è un film pieno di originalità rispetto al panorama complessivo omologato ed omologante. Un’opera che magari può non piacere, cioè non entrarti dentro, ma che anche in presenza di questa sensazione (forse difensiva) di rifiuto costituisce qualcosa con cui è interessante – se non addirittura prezioso – confrontarsi.

Tre storie commissionate a tre grandi scrittori si uniscono a posteriori, e quasi magicamente, sotto il cappello del cinema, anzi, di un particolarissimo tipo di cinema svuotato di sé, costituito com’è di immagini fisse e ripetute nate solo per contenere le parole dei suoi 4 personaggi, incollandole le une alle altre grazie a quel mastice chiamato vita. Il primo racconto – interpretato da Galatea Renzi – è quello di un amore ideale e idealizzato, quindi innocentemente distruttivo, ritratto da una donna d’altri tempi e d’altri luoghi che si trova al centro delle attenzioni mentali ed artistiche, dunque trasfiguranti, di un trovatore da lei distante per sensibilità e contesto culturale.

Poi c’è la storia di un uomo (Toni Servillo) ossessionato dalla gelosia, cui fa seguito il controcampo narrativo di una moglie (Laura Morante) le cui aree d’intersezione – nonostante la vita insieme – sono incredibilmente costituite solo dai sogni, cioè dal mistero, che li unisce carnalmente e spiritualmente proprio in quanto tale. Infine il racconto grondante di repulsione, eppure ancora pieno di bisogni, da parte di una giovane donna che subì le violenze fisiche del padre, e che ancora le subisce, visto che lui ha trovato dentro di lei uno spazio, cioè un’altra “casa” all’interno della quale può continuare a molestarla. Questa volta, però, in termini di pensiero, dunque con ancora più forza e pericolosità.

Il film fluisce via con la lentezza data dalla densità, proprio come un vino che sui bordi del calice lascia mille e mille archi, a denotare una composizione chimicamente ricca ed alcolicamente pregnante. Nel suo scorrere di parole che progressivamente creano nuovi livelli e diverse complessità, il film è un vino molto invecchiato che ha assunto dentro di sé le sfaccettature degli anni, fino a fargli esplodere il suo elevato potenziale gustativo di base. All’interno di questa sua continua evoluzione che prima lo porta a raccontarti certe cose, poi delle altre, e dopo delle altre ancora spesso antitetiche a quelle di partenza, ogni sorsata di pellicola prima ti dà, poi t’asciuga cuore e mente, poi di nuovo ti dà e poi ancora sottrae.

Insomma, “Notte senza fine” è allappante, ti secca di continuo la bocca e i sensi così da permetterti di assumere dentro di te altre scene ed altri pensieri ed altre emozioni. Tutto questo grazie al suo incessante fiume di parole, molte delle quali fungono da tannini (astringenti) della narrazione: forti ma non invadenti, ed invece integrati coll’insieme, equilibrati. Quale, il vino? Solo e soltanto un Barbaresco di razza con almeno 20 anni di vita, un nettare affascinante e spigoloso che al suo interno contiene tutte le caratteristiche “narrative” del film di Elisabetta Sgarbi. Come se la notte da lei raccontata non solo non avesse una fine, cioè un termine, ma neanche un fine nel senso di meta, se non quello di perdersi e perderci in un mare rosso di stimoli.

di Marco Lombardi


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