Terra madre

In attesa che esca Cinegustologia, saggio del critico cine-gastronomico Marco Lombardi, proseguono su Leggere è un gusto! le anticipazioni di questo nuovo sistema linguistico che permette d’incrociare i suoni e le immagini della settima arte colle opposte categorie del vino: profumi, sapori e sensazioni tattili.

Torna la campagna di Ermanno Olmi, ma non più all’interno di una dimensione di realismo magico come capitò nel 1978 con “L’albero degli zoccoli“, bensì a partire da qualcosa di ancora più concreto, cioè da Terra madre, quella splendida manifestazione che ogni due anni – all’interno del Salone del Gusto di Torino – riunisce i contadini e gli allevatori di tutto il mondo – quelli “veri”, però – allo scopo di confrontarsi, scambiarsi esperienze e trovare un modo comune per far sì che l’atto del nutrirci ritorni ad essere qualcosa di naturalmente poetico e sano, e non artificialmente finto e dannoso. Tutto nacque infatti con Carlo Petrini che nei primi mesi del 2006 chiese al maestro Olmi di girare un film “politico e preveggente” che partisse appunto dai lavori di Terra madre, previsti per l’ottobre dello stesso anno. Detto fatto: sette troupes composte dagli studenti di Ipotesi Cinema, la “non scuola” fondata dallo stesso Olmi nel 2001, si sono preparate per riprendere in formato digitale i vari momenti del Forum. Il film di Ermanno Olmi inizia proprio così, cioè sotto forma di un reportage televisivo “fatto bene”, per poi spingersi alle isole Svalbard – al nord della Norvegia – per filmare l’inaugurazione della Banca Mondiale dei Semi, e poi nel nord dell’India – nella regione di Dehradun – per riprendere la raccolta del riso, i cui semi – da secoli e secoli – vengono conservati di generazione in generazione. In questo caso la regia delle riprese è stata curata da Maurizio Zaccaro.

Emanno Olmi terra madre

A questo punto il film cambia in maniera invisibile, perché tutto d’un tratto – cioè senza che si possa percepirne il punto di stacco – si mette a raccontare la storia di un uomo che ha vissuto per più di quarant’anni in una fattoria nei presi di San Cipriano, in Veneto, isolato ed autosufficiente rispetto al mondo civile che stava al di là di una fitta boscaglia. Che cos’è, questa parte di “Terra madre”? un documentario di approfondimento, vista la presenza di varie personaggi – tra cui lo stesso Petrini – che commentano una siffatta scelta di vita fra l’ascetico ed il “patologico” proprio stando seduti nell’orto-giardino di quella casa.

Nell’ultima parte della pellicola Olmi racconta – in maniera ancora più invisibile, nonostante il forte cambio di registro – la storia delle quattro stagioni, uno dei veri e grandi misteri dell’esistenza. Lo fa tornando al suo tipico realismo magico, cioè descrivendo il lavoro di un contadino qualunque fra i suoi campi, in Alto Adige. Qui il film tocca il suo momento più alto, nel farci scoprire cose (e miracoli) sempre nuovi, nonostante il loro esistere da sempre sia a forte rischio di retorica narrativa.

Più che mai “Terra madre” è un vino, e non perché si tratta di un film che parla di enogastronomia (quella sana), piuttosto perché cambia negli occhi e nel cuore dello spettatore in maniera continua, e forte, e viva, cioè senza scalini forzati, bensì con enorme naturalezza. Proprio questa componente mi fa pensare ad un buon bianco biodinamico che appena aperto è timidamente chiuso, tanto naturale esso è, cioè incapace di recitare il ruolo di quello che per forza deve piacere. Poi questa apparente non complessità, proprio come nel film di Olmi, prima trova il coraggio di estrapolare da sé un inaspettato livello di profondità, per farci capire di essere materia viva e sensibile ed animata, poi prende il volo in direzione di gusti e sapori completamente nuovi capaci di tradurre in maniera tanto libera, quanto totalmente rispettosa, i sapori della terra, e dell’acqua, e delle piante che stanno intorno alla vigna, come pure i loro animali, ed il sole, e la consistenza dell’aria d’intorno. Così che, vedendo questo film, e bevendo questo vino – che potrebbe essere il Sassaia di Angiolino Maule, in Veneto, od il Rucantù della Tenuta Selvadolce, in Liguria, od il Don Chisciotte dell’Azienda agricola Il Tufiello, in Campania – pare che l’unica vera invenzione di cui possa essere capace l’uomo sia quella di riscoprire le proprie origini naturali, che coincidono coll’idea stessa della vita. Sia nel cinema, sia colla buona tavola.

di Marco Lombardi

Clicca per leggere gli altri articoli di Cinegustologia


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.