Basta che funzioni

Ci siamo quasi! La Cinegustologia, il saggio del critico cinegastronomico Marco Lombardi, sta per uscire. Eccovi dunque, su “Leggere è un gusto!”, l’ultima anticipazione di questo nuovo sistema linguistico che permette d’incrociare i suoni e le immagini della settima arte colle opposte categorie del vino: olfattive, gustative e tattili.

Dopo un filotto di film poco convincenti, tra il non ispirato (“Scoop”), il commissionato (“Vicky Cristina Barcelona”), il brutto (“Sogni e delitti”) ed il mero prodotto di mestiere (“Match point”), arriva inaspettato questo “Basta che funzioni”, una pellicola che fa pensare al primo (fresco, e chiaro) Woody Allen: un po’ perché è ambientato nella sua Manhattan, un po’ (e soprattutto) perché sin dalle prime battute ritroviamo la sua antica e spietata ironia, quella che ha sempre fatto finta di flirtare col nichilismo, e in effetti amava di nascosto (proprio come facevano i poeti stilnovisti con la “donna dello specchio”) la tanto bistrattata vita. Il motivo è presto svelato: “Basta che funzioni” nasce da una sceneggiatura degli anni 70’ che Allen abbandonò a seguito della morte del celebre attore Zero Mostel, cui avrebbe voluto affidare il ruolo del protagonista, e che lo stesso Allen ha ripreso dopo avere trovato un degno sostituto, l’icona comico-televisiva Larry David.

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La storia è la storia di sempre, quella che Woody ha messo in scena tantissime volte dandoci sempre l’impressione del “nuovo” grazie a quei piccoli spostamenti di tiro capaci di rendere l’insieme sostanzialmente diverso, e perfettamente godibile: il protagonista è infatti il suo solito alter ego, un pessimista disilluso e parecchio supponente che si stupisce – scena dopo scena – di come la ragazzina che gli è capitata quasi per caso dentro casa, nonostante sia culturalmente inadatta a lui, da ex Miss (del Mississipi, un gioco di parole tipicamente alleniano) quale è, si sia innamorata di lui, e soprattutto sia riuscita a farlo innamorare di lei fino ad un tanto grottesco – quanto reale – matrimonio. “Basta che funzioni”, sarà il motto che il protagonista si racconterà per “raccontarsela”, così eliminando alla radice il rischio di certi “perché” irrisolvibili, dunque autodistruttivi: sia nei confronti del proprio rapporto, sia di tutti gli altri strambi rapporti che via via nasceranno all’interno del film.

Rispetto alla versione originaria, la sceneggiatura ha subìto qualche modifica tesa a riattualizzarla rispetto alle nuove regole dell’oggi, e anche rispetto alla storia contemporanea. Il risultato è assai strano: perché nonostante la pellicola sia godibilissima, e siano (nuovamente) tante le battute che vorresti ricordare per l’eternità, si sente di sottofondo un sapore strano, dato probabilmente dall’ultimo Allen, più pragmatico e gigione d’un tempo. L’esperienza del film m’ha ricordato quella altrettanto “contrastata” di alcuni mesi fa, quando ho aperto – per un’occasione importante – una bottiglia di Barolo del 1975 che di etichetta faceva nientepopòdimeno che “Marchesi di Barolo”, e tenevo in cantina da tanto tanto tempo. Appena stappata, la bottiglia m’ha inebriato con un profumo tanto chiuso, quanto ricco di storia, e di vita, e di complessità, e di maturità; poi, dopo pochissimo tempo, in bocca il vino ha rivelato delle lievi note marsalate che facevano pensare ad una nobiltà presente eppure già prossima ad un irreversibile decadimento che di lì a poco si sarebbe potuto trasformare in vero e proprio decesso. Tenerlo o buttarlo, quel vino? Ho optato per la seconda ipotesi, seguendo la richiesta della mia compagna di degustazione cui in quel momento non potevo dire di no; eppure da allora il rimorso di non averlo capito fino in fondo, quel Barolo, accettandone quel lieve accenno di morte che stava all’interno della sua esuberante vitalità, ancora mi perseguita. Per questo “Basta che funzioni” assaporatevelo con tolleranza e con rispetto: le note marsalate separatele dal tanto buono che rimane. Oppure, e meglio ancora, cercate di comprenderle come parte del tutto, fino a ritrovare in quel film una grazia un po’ decaduta, ma forse per questo ancora più “aggraziata” di un tempo. Perché più completa, più vera, più umana.

In fondo anche un vino, al di là di quello che dicono i sacri testi, “basta che funzioni”, rispetto ai nostri sensi. O no?

di Marco Lombardi

Basta che funzioni 3


Una replica a “Basta che funzioni”

  1. Giulia ha detto:

    figo!!! ma il libro quando esce?

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