Le zuppe dei santi

Il grano, grande, grandissima icona mediterranea, è ancora oggi l’elemento centrale di numerosissimi rituali in cui sacro e profano convivono splendidamente. E’ nel cuore dell’estate che il sacro frutto di Demetra riscuote le maggiori attenzioni. Pensiamo ai ‘carri’ di S.Anna o ai ‘gigli’ di S.Rocco, strutture barocche adorne di spighe di grano, veri e propri obelischi d’identità del nostro sud contadino. Per non parlare delle mitiche ‘zuppe di grano’, tipiche delle festività solstiziali. Un cibo archetipico che ci riconduce al passato remoto dell’umanità, a quel grembo, fecondissimo, della Grande Dea mediterranea, ‘eterno femminino’ che continua a vivere, segretamente, nelle pieghe della religiosità popolare. Pensiamo alla ‘spernà’, zuppa di grano cotto, condita con semi di melograno, uvetta, noci e mandorle, che i greco-ortodossi offrono a San Raffaele ogni 4 di luglio. Un vero inno a Madre Natura e al suo potere germinativo.

Mentre, sull’isola di Amorgòs, nelle Cicladi, le devote di Aghia Paraskevì preparano ogni 26 di luglio il ‘koftò’, una zuppa di grano cotto e ricotta, che ricorda molto da vicino la sicula ‘cuccìa’ dedicata a S.Lucia, patrona di Siracusa. Sant’ Anna, Santa Lucia, Santa Paraskevì, sono loro le nostre novelle ‘signore del grano’. Come pure quella “Panaghia Polisporìs”, letteralmente “Madonna delle sementi” che la Grecia ortodossa festeggia il 21 di novembre. In questo giorno le massaie preparano la cosiddetta “bourbourelya”, una zuppa di grano e legumi misti che verrà consumata durante il pasto principale, dopo aver recitato preghiere di carattere propiziatorio. Fagioli, ceci, lenticchie, grano, piselli, fave, in qualità di semi della terra, si ricollegano direttamente alla sfera germinativa di Madre Natura e alla sua forza vitale, energetica. Un vero inno alla fertilità, dunque, recitato all’inizio della stagione invernale, in un periodo cioè di massima crisi produttiva, alfine di sollecitare le potenze naturali. Una zuppa, dunque, la “bourbourelya” dalla simbologia decisamente beneaugurante. Il parallelo con l’arcaico rito della “panspermìa”, la zuppa di granaglie bollite, offerte dai “minoici” sugli altari della Grande Madre, ci sembra più che lecito. Dietro la moderna “Madonna delle sementi” emerge chiaro il volto della Grande Dea, dal profilo demetriaco. Una “religione della Madre” che continua a vivere nelle viscere della “religione del Padre”, annidata nelle pieghe della spiritualità popolare. Linfa mai veramente estinta che anima, ancora oggi, alcuni culti della nostra tradizione contadina. Pensiamo alla cosiddetta “lessata” o “pezzenta”, versione italica della “bourbourelya”, che si consuma, in segno propiziatorio, nella cena della vigilia di Natale e all’ultimo dell’anno in Molise ed in altre aree della Magna Grecia. In Sicilia, una zuppa simile, chiamata “minestra di S. Giuseppe”, viene offerta ai poveri durante le cene devozionali che l’isola dedica al santo “falegname”. Tutte usanze, queste, sgorgate dal grembo fecondo di un’arcaica religione della natura, da quel mai prosciugato alveo mediterraneo. Da Eleusi all’Europa ‘cristianizzata’.

di Ivana Tanga, autrie de I malavoglia a Tavola

fotografia di Rosa


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