Quanta vita racchiusa in una natura morta!

Raccontando di cibo e pittura, la nostra rubrica non può certo ignorare quello sterminato repertorio costituito dal genere della “Natura morta”. Repertorio che, proprio perché sterminato e indagato in ogni forma, intendiamo affrontare con un criterio del tutto arbitrario e giocoso. Immaginiamo questo tema, che in varie forme attraversa tutta la storia dell’arte, come un enorme menu, suddividendolo per portate e scegliendo tra esse quelle che ci appaiono più appetitose, provocanti, originali.

In ossequio all’anticonformismo della scelta – e al protrarsi dell’estate – iniziamo dal fondo, dalla frutta.

Due quadri, soprattutto, ci paiono aver racchiuso in un frutto la vampa carnale dell’estate, i suoi colori: sono due tele di Vincent Van Gogh che hanno come soggetto le arance. Dipinte nel 1888 e nel 1889, sembrano piccoli soli abbacinanti e succosi, sottratti all’azzurro del cielo e depositati, ancora incandescenti, in un cesto di vimini. Proprio nel 1888 Van Gogh si era trasferito ad Arles, nel sud della Francia, e dal sole della Provenza scriveva all’amico Émile Bernard: “Attualmente sono assorbito dagli alberi da frutto in fiore, peschi rosa, peri bianco-gialli…”, gli descrive minuziosamente l’ingresso di un frutteto “con le sue recinzioni gialle, con il suo riparo di cipressi neri, con i suoi tipici legumi di verdi variegati: insalate gialle, cipolle aglio, porri smeraldo”.

La nota dominante per chi, come tanti prima di lui, vive lo choc cromatico di una discesa dal Nord Europa alle rive del Mediterraneo, è il giallo: “D’un tono ocra con un po’ di carminio. Il cielo, giallo cromo chiaro quasi come il sole che è giallo cromo 1 con un po’ di bianco, mentre il resto del cielo è giallo cromo 1 e 2 mescolati. Quindi molto giallo…”.

La sensualità del cibo è fatta di colore, colori accesi o meditabondi che racchiudono o fingono la vita fino a rovesciare il senso della definizione stessa di “natura morta”.

La grande scuola fiamminga del genere offre inarrivabili saggi di bravura e l’occasione d’un confronto: la raffinatezza del limone tagliato, con la scorza parzialmente asportata che pende come un ricciolo dalla mensa di Jacob van Es- citazione ripresa più volte in pittura fino alla Colazione nello studio di Manet – propone un giallo oscuro la cui incandescenza sembra invece racchiusa, contenuta, imprigionata, come le fiamme nei camini degli interni borghesi delle Fiandre.

Proprio Manet è la nostra prossima tappa col suo Limone del 1880. Altro sole, questa volta indurito, una sorta di pietra solare, che domina la tela. Diceva Bataille che i soggetti delle nature morte di Manet non “sono antipasti decorativi, ma persone, personaggi”, perché hanno appunto rovesciato l’assunto di partenza e si impongono quali protagonisti autonomi. Manet, continua Bataille, “ha messo l’immagine dell’uomo sullo stesso piano di una rosa o una brioche”.

Limone

Una rosa compare, assieme ad una tazza, accanto ai limoni di Francisco de Zurbarán, pittore spagnolo secentesco di soggetti devozionali che coniuga realismo e misticismo e nei ai suoi rigonfi e bitorzoluti agrumi conferisce un’aura di austera dignità, quasi monastica. Santi ed eremiti tramutati in frutti della terra!

Limoni

Se Manet si consacrò alla natura morta dopo il violento manifestarsi dell’atassia che lo aveva colpito, Frida Kahlo scoprì la pittura durante le lunghe degenze a letto cui era costretta dalle molte operazioni chirurgiche subite. Dipingeva supina, grazie ad uno speciale cavalletto e nei frutti, nelle verdure, nelle pannocchie di mais cui dedicò una buona parte della sua opera, è racchiuso un vero inno alla vita. Sono creature, come lei, più che mai vive, sensuali, benché immobili. Frutti succosi, aperti, offerti allo sguardo, provenienti dal proprio giardino o dal vicino mercato e spesso regalati ai medici che la curavano. In basso avevano una dedica: “Con amore Frida Kahlo”.

Frida

di Roberto Carretta e Renato Viola


Una replica a “Quanta vita racchiusa in una natura morta!”

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