Il mirto

Il mirto (Myrtus communis) è una pianta arbustiva, tipica della macchia mediterranea, in Italia particolarmente diffusa in Sardegna. I fiori sono solitari e intensamente profumati, lungamente peduncolati, di colore bianco o roseo. La fioritura, abbondante, ha luogo nella tarda primavera e all’inizio dell’estate, da maggio a luglio. Piuttosto frequente è una seconda fioritura, in tarda estate, da agosto a settembre e, con autunni caldi, anche in ottobre.

E’ sempre stata una pianta sacra fin dal tempo degli Egiziani e dei Persiani, spesso presente anche in miti classici. Il nome scientifico Myrtus deriva da Myrsine, leggendaria fanciulla greca, uccisa da un giovane da lei battuto nei giochi ginnici e trasformata da Pallade in un arbusto, appunto il mirto. Alla stessa radice appartiene il nome Myrtò, un’amazzone che combatté l’eroe Teseo. L’accostamento del mirto alle amazzoni sottolinea il legame strettissimo di questa pianta con la femminilità, ma anche la sua estraneità alla tradizione greca di derivazione indoeuropea. Per i Romani il mirto era simbolo di vittoria e di trionfo, per cui con i suoi rami si intrecciavano ghirlande per incoronare poeti ed eroi. Pianta sacra ad Afrodite-Venere, in quanto la dea, nata dalle acque del mare di Cipro, si era poi rifugiata in un bosco di mirto. Anche dopo il giudizio di Paride, Afrodite, secondo la mitologia, si cinse il capo con una corona di rametti di mirto intrecciati. Quest’arbusto era anche considerato, forse per il candore dei suoi fiori, simbolo della verginità, della bellezza e dell’ amore puro; per questo si usava per ornare il capo delle giovani spose ed anche per addobbare i tavoli durante i banchetti nuziali. Ma nell’antica Grecia il mirto era pure considerato una pianta funebre, mentre a Roma era una delle piante simboliche della città tanto che nel Foro vi era un’antica ara a Venere Mirtea.

Possiamo ancora ricordare che Ateneo narra un’antica leggenda di cui è protagonista Erostrato, un devoto di Afrodite, sorpreso da una tempesta durante un viaggio in mare. Allora la dea gli apparve sotto forma di piccole foglioline di mirto spuntate improvvisamente dalla statuetta che l’uomo aveva con sé per le sue devozioni. Questo fatto diede coraggio ai marinai che così riuscirono ad approdare in un porto sicuro e salvarsi. Una volta a terra, Erostrato depose la statuetta con le foglie di mirto nel tempio di Afrodite ed intrecciò una corona di rami dell’arbusto per la dea che da allora venne chiamata Naucràtis, ovvero “signora delle navi”.

In poesia è sempre presente, dall’antichità ad oggi.

In Archiloco , poeta del VII sec. a. C. leggiamo:

Aveva un ramo di mirto e gioiva

e un bel fiore di rosa.

La chioma

Gettava ombra sugli omeri, sulle spalle.

Mentre Virgilio nelle Bucoliche (II, 54-55) l’accosta ai lauri e ne esalta il profumo:

…e coglierò voi, o allori, e te, mirto che sei loro vicino;

così disposti mescolerete soavi profumi.

In tempi moderni il legame con i lauri ritorna in Guido Gozzano:

Ma fra i mirti, fra i lauri la Regina

nel luogo appare cavalcante e bionda

come bianca matrona bizantina.

(Il castello di Aglié, vv. 70-72, in Poesia sparse)

in una rievocazione di gusto decadente, mentre altrove il mirto è collocato in un’atmosfera funeraria di eredità classica, pur sempre accostato all’alloro:

Io rivedo così la solitaria

lenta innalzare ancora tra gli spessi

mirti e fra l’urne e l’erme ed i cipressi

la candida persona statuaria

……………………………….

Scende nel parco e pone sovra un coro

Due libri: Don Giovanni e Parisina.

Poi trascolora: un’ombra s’avvicina

fra i boschetti del mirto e dell’alloro.

(Il viale delle statue, vv. 89-92; 105-108, in Poesie sparse)

Eugenio Montale inserisce il mirto in un meno probabile paesaggio alpino:

Ormai nella tua Carinzia

di mirti fioriti e di stagni,

china sul bordo sorvegli

la carpa che timida abbocca

o segui sui tigli, tra gl’irti

pinnacoli le accensioni

del vespro e bell’acque un avvampo

di tende da scali e pensioni.

(Dora Markus, vv. 20-36 in Le Occasioni)

E Salvatore Quasimodo, più attento erede e lettore dei classici, riprende il filone funerario:

M’esilio; si colma

ombra di mirti

e il sopito spazio m’adagia.

(Un sepolto in me canta, vv. 1-3, in Oboe sommerso)

nonché l’accostamento con l’alloro sullo sfondo mitico e solare di Delfi:

Una pianta, non lauro

o mirto, fusto

e foglie comuni dove s’innesti

per metamorfosi anima e struttura

che proverà la morte

non c’è nemmeno a Delfi.

(Delfi, vv. 1-6, in La terra impareggiabile)

IN CUCINA

Anche in cucina il mirto entra fin dai tempi più antichi. Infatti le sue foglie erano utilizzate già dai Romani per aromatizzare le carni; a questo proposito possiamo ricordare come dal nome volgare con il quale spesso è conosciuta questa pianta, “mortella”, derivi quello della “mortadella”, proprio perché quest’insaccato veniva aromatizzato con le sue foglie. Le bacche, di colore nero-bluastro, maturano sulla pianta verso la fine dell’estate e sono utilizzate, soprattutto in Sardegna, per ricavarne un ottimo liquore che si ottiene per infusione alcolica delle bacche stesse attraverso macerazione o corrente di vapore. Un liquore di minore diffusione è il Mirto Bianco, ottenuto per infusione idroalcolica dei giovani germogli. Nella tradizione gastronomica sarda il mirto è un’importante condimento per aromatizzare alcune carni: i rametti sono tradizionalmente usati per insaporire il porchetto arrosto, il pollame arrosto o bollito e soprattutto sa taccula o grivia, un semplice, ma ricercato, piatto a base di uccellagione bollita (tordi, merli, storni). L’uso del mirto come aroma per le carni non è comunque una prerogativa esclusiva dei sardi; infatti entra anche in altre cucine regionali e in quella spagnola. La popolarità ha ispirato la ricerca negli ultimi anni di nuove utilizzazioni in campo alimentare, come il thé freddo al mirto e il gelato al gusto di mirto. Si possono anche usare i fiori, soprattutto quando, nel pieno della loro fioritura, sono molto profumati. Suggeriamo una ricetta.

Filetti di sogliola ai fiori di mirto

Spellare e diliscare le sogliole, ricavandone quattro filetti da ciascuna. Passare ciascun filetto nella farina bianca e far dorate in olio extravergine d’oliva bollente. Sistemare i filetti così preparati in un’ampia padella, versare mezzo bicchiere di vino bianco secco e ricoprire completamente con fiori di mirto liberati dal peduncolo. Salare, coperchiare e far restringere il vino per pochi minuti.

di Rosa Elisa Gangioia

foto di Patryz


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.