Quanta vita racchiusa in una natura morta – quinta parte

Concludiamo il nostro menu immaginario dedicato al tema della natura morta con una carrellata sui cibi trascurati dalle precedenti rubriche.

I primi piatti, come sappiamo, sono una tradizione italiana – e per lungo tempo limitata a una precisa area regionale – quindi esclusi dalle grandi scuole pittoriche del Nord Europa. Nel raffigurare le mense popolari – anche nell’Italia del Nord – si prediligono perciò zuppe e minestre, oppure altri cibi poveri (patate, sardine, cipolle). E’ tale la tipizzazione che negli anni quaranta del ’900, quando venne acquistata dal Kunsthisorisches Museum di Vienna, la tela “Il gusto” del napoletano Luca Giordano, nella quale il soggetto mangia un piatto di pescetti fritti, venne nominata “Il Mangiamaccheroni”.

Per trovare dei maccheroni autentici dobbiamo invece affidarci ad altri artisti partenopei.

Giacomo Nani, di poco posteriore, nato a Porto Ercole nel 1698, fu pittore di nature morte e scene di genere d’ispirazione naturalista. Talvolta nelle sue composizioni compaiono i maccheroni e altri alimenti del tempo. In particolare, in una serie inviata ad Isabella Farnese e conservata in Spagna, sono rappresentati, come in un menù, gran parte dei piatti che si servivano all’epoca sulle tavole dei napoletani.

Napoletano d’adozione fu invece l’olandese Mathias Stomer, che soggiornò nel capoluogo campano dal 1633 al 1639. Di lui, presso il museo di Capodimonte, troviamo un analogo del quadro di Luca Giordano, intitolato appunto Il Mangiamaccheroni, che raffiugura però maccheroni… autentici.

Stomer

Un perfetto e invitante antipasto ci è invece offerto ne Lo spuntino elegante (1717) di Christian Barentz: gli affettati già tagliati e predisposti in un piatto in primo piano, il pane, i vini in preziosi bicchieri con alette di vetro soffiato… un misto di frugalità e raffinatezza.

Barentz

L’invitato simbolico più antico e importante delle nostre mense, il pane, merita altresì la testimonianza di un maestro.

La prima opera di Dalí ad essere esposta fuori dalla Spagna fu il Cestino di pane, del 1926. E’ un chiaro omaggio alla pittura spagnola, in particolare a Velázquez e Zurbarán. Il panno sul quale è appoggiato il cestino sembra la stoffa d’un saio, la minuziosità con la quale sono raffigurati i pani – in ogni loro rilievo e asperità – e l’intreccio di vimini creano un effetto di iperrealtà che, oltre ad anticipare i tratti delle più mature opere surrealiste, lascia sospesi come di fronte ad un’apparizione.

Se tutti però conoscono il ruolo del pane nell’iconografia cristiana, meno noto è il fatto che anche i romani gli attribuissero una valenza divina per la sua derivazione da Pan, divinità silvestre che per primo, secondo il mito, fece cuocere i grani donati agli uomini da Cerere (Demetra), dea identificata con la Madre Terra.

Il pane venne anche usato quale simbolo dagli accademici della Crusca, gli studiosi cui si deve il primo archivio della lingua italiana. Per tradizione i membri sceglievano un soprannome legato alla farina, al pane e ai suoi usi, affidando ad esso un messaggio di umiltà, purezza e valore. L’emblema, un’immagine accompagnata da un motto, era poi commissionato ad anonimi artisti toscani che lo effigiavano nel piatto di una pala da fornaio.

Tra i “contorni” abbiamo scelto un alimento popolare per eccellenza, la patata. Importata dal Nuovo Mondo, si diffuse in Europa dopo la terribile carestia seguita alla Guerra dei Trent’anni. Da cibo esotico, decantato da Ben Jonson e da altri poeti elisabettiani, divenne così alimento delle masse, economico e facile da coltivare. In Francia un decreto rivoluzionario stabilì, nel 1793, che si requisissero tutti i giardini di Parigi per la sua coltura.

Vincent Van Gogh ne fu il più grande interprete pittorico, nei cicli di nature morte e scene d’ambiente dedicate al mondo contadino. Il Piatto di portata con patate, del 1888, è una delle prime opere del periodo di Arles e, posta a paragone con il Cestino con patate, dipinto a Nuenen tre anni prima, dimostra – nelle tinte più chiare e nell’intreccio dello sfondo – i progressi compiuti nello studio del colore e della tecnica pittorica.

I mangiatori di patate (1885) sono invece uno dei primi capolavori dell’artista, esito di lunghi studi preparatori, ancora caratterizzato da toni scuri e terrosi, propri del suo stile iniziale e perfetti nel descrivere l’interno della povera casa di campagna. In merito, scrisse al fratello Theo: «Ho cercato di sottolineare come questa gente, che mangia patate al lume della lampada, ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto e quindi parlo del lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato il cibo».

Mangiatori

Altro cibo ricorrente sulle tavole semplici è il formaggio, che scegliamo però ritratto in un momento e in un quadro che testimoniano la sua “ascesa sociale”. La Natura morta con brie, dipinta da François Bonvin nel 1863, ne fa infatti un simbolo, e un vanto, della cultura gastronomica d’oltralpe. D’altronde il brie fu, all’epoca, elevato da Alexandre Dumas, nel celebre Dizionario di cucina, a una maggiore dignità culinaria, assieme proprio alla patata, della quale lo scrittore tesseva le lodi e proponeva diverse, gustose ricette.

brie

di Roberto Carretta e Renato Viola


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