Il pane della sposa


Grano e pane, due grandi icone della civiltà mediterranea, sono tra i protagonisti della tradizione popolare sarda. In particolare, il frutto di Demetra, quale simbolo di fertilità, di prosperità, è protagonista di interessanti usanze nuziali.

A guidarci nel nostro viaggio è, ancora una volta, Grazia Deledda. Le sue opere sono una miniera di notizie relative agli usi e alle tradizioni popolari della Sardegna.

Nell’Elias Portolu, ad esempio, ci fa sapere dell’usanza di conservare le sementi del grano nella camera nuziale: “In quel tempo Pietro seminava il frumento, la cui semente era stata serbata in un’arca sarda antica di legno nero posta nella camera degli sposi”. Affiora qui, tra le pieghe dell’intimità domestica sarda, un topos ricorrente nelle società proto-agrarie: il legame tra agricoltura e matrimonio.

Bachofen ci ricorda che “il matrimonio era concepito dagli antichi come una relazione agraria”. Il concetto di “donna-gleba”, del resto, informerà tutto il pensiero arcaico, da Omero a Platone. E ciò, in quanto, la forza riproduttiva della terra era coincidente con quella della donna-madre.

Nella novella Il paese del vento, la scrittrice documenta l’usanza di lanciare manciate di grano e di fiori al passaggio del corteo nuziale: “rose, rose ci accompagnarono. Le fanciulle le gettavano dalle loro finestre con manciate di grano e sguardi d’invidia amorosa. Rose e grano: amore e fortuna”.

Mentre, dalla novella La via del male veniamo a conoscenza di un altro uso relativo alla festa nuziale: ”Corbe d’asfodelo ricolme di frumento erano donate a Maria Noina, la sposa” ed ancora “le donne auguravano a Maria Noina tanti punti di buona fortuna quanti chicchi di grano le avevano donato”.

In un saggio dedicato al folklore sardo, la Deledda ci riferisce di una tradizione in uso ad Oliena per la festa di fidanzamento, alla quale lei stessa era stata testimone. Alla futura sposa era giunto in dono, da parte di un parente, un canestro con pani ed altre vivande. Canestro che sarà restituito al mittente colmo di grano, fagioli, mandorle e noci.

Doni della madre terra dalla forte valenza beneaugurale, propiziatrice. Tutti gli “spermià”, cioè, tutti i semi della terra, nell’immaginario collettivo arcaico, erano latori di un messaggio vitale, di una carica positiva. Non è un caso, dunque, se grano, mandorle e noci saranno tra i grandi protagonisti dei “pani de is isposus” e dei dolci nuziali sardi. Una pratica, questa, che richiede grande passione e abilità. “Sa mathaxa de oro” barbaricina o “sa bona meri ‘e domu” campidanese dovevano essere, innanzitutto, “de manus bellas”, dovevano, cioè, possedere il talento per l’arte “de fai pani”, ma anche “de fai druccis”.

Un’arte antica, tramandata da madre in figlia, proprio come il corredo per la panificazione, composto di “su strexu ‘e fenu” o “de scraria” (cesti in fieno o in asfodelo di varia misura per pulire e selezionare le farine), “su strexu ‘e terra” (contenitori in coccio), teli e panni per coprire il pane e, perfino, la mola asinaria, se la famiglia era benestante.

Tra tutti i pani nuziali sardi, il più spettacolare è senza dubbio il “su crispesu” di Orrolì. Molto elaborato, nella forma, ricorda un tabernacolo o una costruzione barocca. Confezionato dalla sposa prima delle nozze, metteva alla prova la sua abilità di “panetteras”, di panificatrice. Saper fare il pane, presso la società sarda, equivaleva ad essere una buona moglie.

Oltre ai “pani de is isposus”, anche i “druccis de is isposus” erano fatti rigorosamente in casa. In Corvi e sparvieri, la Deledda descrive “Columba mentre spezza le mandorle per i dolci dello sposalizio”. Le mandorle, insieme al miele, possono essere considerati i veri trofei della pasticceria nuziale sarda. Il pensiero va all’“aranzada”, scrigno ambrato di miele, mandorle e bucce di arance, che la sposa donava ai parenti al termine della cerimonia nuziale. Ma anche ai “gattòs” che la Deledda cita nel racconto La via del male, a proposito delle nozze di Maria Noina, definendoli “costruzioni moresche di mandorle e miele”. Di mandorle e miele è fatto il ripieno dei cosiddetti “corikeddos”, i dolci a forma di cuore che la suocera donava alla sposa nel giorno delle nozze.

Ancora, miele amaro e mandorle tritate sono i protagonisti dell’impasto della cosiddetta “satimballa” o “torta della sposa”, dolce-capolavoro delle nozze barbaricine. Una sinfonia di sapori, di odori, di profumi che sono un vero inno alla vita, nel solco della più pura tradizione sardo-mediterranea.

Di Ivana Tanga


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