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Agnus Dei, cibo-simbolo della Pasqua

In Sardegna ha il profumo caratteristico del mirto, mentre in Sicilia sa di rosmarino o di menta. Una vera chicca per golosi impenitenti è l’agnello pasquale che, da fine ‘800, confezionano le suore del convento di Maria, a Favara, in provincia di Agrigento: un tenero involucro di marzapane ripieno di una profumatissima farcia di pistacchi. Un vero inno alla Santa Pasqua e ai sapori di Sicilia. Mentre, in Puglia, ancora oggi, la signora Grazia Ronzini prepara l’agnellino pasquale secondo un’antica ricetta leccese che prevede, oltre al canonico involucro di pasta di mandorle (rigorosamente fatto in casa), un ripieno, goduriosissimo, di pan di spagna, perata o cotognata e una crema di uova e liquore, detta ‘faldacchiera’. Per dar forma alla golosa scultura viene utilizzata una sagoma di gesso. In questo caso, il crinale tra arte e cucina si fa veramente esiguo…
Mentre, la Pasqua greca non è concepibile senza il mitico “arnì sto souvla”, agnello intero arrostito allo spiedo, la cui cottura, lentissima, accompagnata da canti e danze tradizionali, occupa tutto il giorno di resurrezione. “Christos anésti”, “Cristo è risorto” inneggia il popolo greco, infilzando fragranti bocconi di tenerissimo “agnus dei” cotto a puntino. E’ così che il dramma divino diviene teatro profano, pittoresco boccascena carnascialesco. Le sacre are trasformate, secondo i dettami di una laica, godereccia liturgia, in banchetti dionisiaci dominati più dal pathos che dalla pietas mistica. Il cibo diviene così indispensabile mezzo per conquistare il paradiso.
Nei rituali pasquali, in modo particolare, l’alimentazione si viene ad intrecciare continuamente con la mitologia, pagana, cristiana o ebraica che sia. Lo stesso sacrificio dell’agnello attraversa, trasversalmente, tutte le culture mediterranee. Da quella mesopotamica alla greca, dalla cristiana alla giudaica e fenicia, il sangue dell’animale sacrificato ha, insieme, un valore purificatorio e propiziatorio. “Ecco l’agnello di Dio – esclama Giovanni il Battista – ecco colui che lava i peccati del mondo”, riferendosi al Gesù “sotiros”, al Gesù salvatore dell’umanità. Tra gli animali domestici, l’agnello era quello che maggiormente rispondeva ai canoni sacrificali, così mansueto e senza difese, senza artigli e senza corni, era ritenuto l’ideale per gli altari votivi.
Il cibo pasquale, quale alimento devozionale per eccellenza, viene a gettare un ponte tra mito e rito, mettendo in luce l’ intreccio, fecondissimo, tra sacro e profano, tra cristiano e pagano, tra ebraismo e culti mediterranei.
A ben riflettere, la festività pasquale ha tutte le caratteristiche delle mediterranee feste di primavera, plasmate, influenzate dal dramma di ‘morte-rinascita’ insito nelle leggi di Madre Natura. Pensiamo al mito, fortemente radicato nella cultura mediterranea, del Dio che muore e rinasce, come l’ anatolico Attis o il fenicio Adone: due divinità perite di morte violenta, dal cui sangue versato risorgerà la vita. L’analogia con il mitologema salvifico della Pasqua cristiana è quasi impressionante. Sarà proprio sul retaggio di questi antichissimi culti agrari che il popolo ebraico indirà la festa di Pesah, coincidente, come le Adonie (celebranti dal resurrezione del dio Adone), con il primo plenilunio successivo all’equinozio primaverile. Una festività che celebra, dunque, il passaggio dall’inverno alla primavera (la parola ‘pesah’ vuol dire “passare oltre”).
Come tutti i riti di passaggio, anche la Pesah era caratterizzata da offerte e sacrifici al dio, tra cui l’immolazione degli agnelli appena nati. Un’usanza, questa, ripresa e cristianizzata nell’Antico Testamento. Il libro dell’Esodo fa chiaro riferimento al sacrificio di “un agnello maschio, nato nell’anno”, da immolare al quattordici del mese di nisan, ossia dopo l’equinozio di primavera, tra marzo e aprile. “In questa notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco: la mangeranno con azzimi ed erbe amare” scandisce il Signore a Mosé e ad Aronne. Da allora, saranno questi i cibi rituali della cena pasquale ebraica o ‘haggadah’. Il sangue dell’agnello sacrificato, contrassegnando le abitazioni degli ebrei, segnerà la salvezza del popolo d’Israele in terra d’Egitto. A proposito dell’ ‘agnus dei’, il Signore si raccomanda di non spezzarne alcun osso, ma di arrostirlo intero “con la testa, le gambe, le viscere”. Mai la parola di Dio sarà più esplicita di così in campo culinario.
Per quanto riguarda la tradizione del pane azzimo, va fatta risalire anch’essa ad antichi culti agrari pre-cristiani. In particolare, questa va ricollegata ad una festa della mietitura in voga nella terra di Canaan, durante la quale era uso nutrirsi di pane del nuovo raccolto non fermentato. Mentre, secondo la versione cristianizzata, durante la fuga dall’Egitto, gli ebrei non avrebbero avuto il tempo di far lievitare il pane. Le erbe amare, invece, verrebbero ad interpretare le sofferenze patite dal popolo ebraico durante la schiavitù in Egitto. Va, comunque, ricordato come la raccolta delle erbe rientri tra i principali e più caratteristici rituali di primavera del mondo mediterraneo. Ancora oggi, nelle zone interne della Campania, è d’uso introdurre il pranzo pasquale con una minestra di erbe campestri o selvatiche. Inoltre, dalle tavole contadine è, ancora oggi, immancabile l’antipasto di uova sode. L’uovo è il più antico simbolo vitale della storia dell’umanità. “Omne vivum ex ovo”, “tutto ha inizio dall’uovo” recita un antichissimo proverbio vedico.
Secondo la mitologia cristiana, l’uovo si viene a configurare come il simbolo stesso della resurrezione divina. La devozionalità cristiano-ortodossa attribuisce un’enfasi particolare alla decorazione ed alla benedizione delle uova pasquali, preservandone il profondo significato sacrale. Le mitiche uova dipinte di rosso, simbolo della Pasqua greco-ortodossa e russa, hanno, insieme, un valore propiziatorio, beneaugurate ed apotropaico, retaggio di remotissimi culti primaverili.
Il rituale del banchetto di Pasqua si stempera così in una quotidianità fatta, insospettabilmente, di miti e di riti antichissimi che si perdono nella notte dei tempi. Naturalmente, tra sacro e profano, tra cristiano e pagano.
Ivana Tanga
Foto: Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, Galleria degli Uffizi, Firenze
