L’eterna lotta tra il Carnevale e la Quaresima

C’è un mondo capovolto che, una volta l’anno, irrompe nelle piazze, attraversa le vie di paesi e città, trasfigurato, in maschera, votato all’eccesso, rumoroso. Tanto clamore è però cosciente del proprio limite, sa di dover presto cedere il passo al suo opposto che, come un’ombra, lo accompagna. Questa consapevolezza aumenta il desiderio di abbandono.

Talvolta i due contendenti si trovano faccia a faccia, come nel Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima di Pieter Bruegel il Vecchio, esposto al Kunsthistorisches Museum di Vienna. E’ uno scontro, una battaglia dall’esito segnato.

Carnevale, un uomo tarchiato dal grande ventre, siede a cavalcioni di una botte. Un corteo in maschera lo sospinge alla tenzone, che affronta brandendo uno spiedo sul quale troneggia una testa di maiale. Di fronte a lui la Quaresima, scarna, emaciata, veste un saio e calza dei sandali, ha in testa un’arnia, che ricorda il miele dei giorni di digiuno, e gli si oppone impugnando una lunga pala sulla quale sono deposte due aringhe. Il suo carretto è trainato da un frate e da una monaca.

Intorno a loro, nella grande piazza affollata, una rassegna delle usanze proprie del periodo quaresimale e della Pasqua cui conduce e alcune farse carnascialesche: l’acquisto del pesce per i pranzi di magro, comari intente alle pulizie domestiche, la raffigurazione della “sposa sudicia” dinanzi all’osteria e l’episodio dello scontro fra Orsone e Valentino, tratto dal ciclo carolingio.

Trasgressione alimentare e inversione dei ruoli sono gli elementi tipici di queste feste e delle loro raffigurazioni. Un canone proprio dell’arte fiamminga del XVI secolo, desunto da Hieronymus Bosch, dalle stampe popolari, dai racconti di mondi fantastici privi di divieti e caratterizzati dall’abbondanza, contraltare alla penuria e alla scabrosità della vita quotidiana. Un puzzle rutilante e minuzioso nel quale ogni figura racchiude un significato simbolico e una citazione, inserito nel più ampio affresco del perenne dualismo tra bene e male, vizio e virtù, follia e saggezza.

Cinque secoli dopo, ritroviamo lo stesso principio compositivo, debitore al visionario Bosch, in un altro celebre Carnevale pittorico, il Carnevale di Arlecchino di Joan Miró (Albright-Knox Art Gallery, Buffalo). Bizzarre creature, buffi mostriciattoli, parti anatomiche striscianti, ammiccanti, pesci attoniti guatati da un gatto fumettistico, risvegliatisi, nelle notti parigine, dall’eterno inconscio contadino catalano racchiuso nell’animo del pittore.

Miro

Nella realtà delle feste popolane, lo sconfitto Carnevale, sotto forma di fantoccio o animale, veniva infine catturato, processato e arso sul rogo.

Ritroviamo le focacce che accompagnano il corteo del Carnevale bruegeliano in due altri suoi dipinti: i Proverbi olandesi (Staatliche Museen, Berlino) e Il paese della cuccagna (Alte Pinakothek, Monaco). In entrambi i casi ornano il tetto spiovente di un’abitazione, sortendo un effetto curioso, come appiccicate alle tegole o colte in procinto di cadere sulla strada. C’è una ragione precisa per questa insolita collocazione, e si rifà, appunto, al modo di dire fiammingo “il tetto è rivestito di focacce”, ad indicare un luogo nel quale regna l’abbondanza. Nel regno di Cuccagna, abbondanza, sovvertimento dei valori e “bella vita” non sono temporanei come durante il Carnevale e, proprio per ciò, hanno ispirato per lunghi secoli le arti figurative. Ma questa è un’altra storia.

di Roberto Carretta e Renato Viola


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