La ginestra

    Della Ginestra odorosa in letteratura parlano il greco Teofrasto e il romano Plinio il Vecchio in età classica. Secondo Plinio, le ceneri della Ginestra contenevano oro, infatti, il colore splendente della sua fioritura ricorda il sole ed anche l’oro. E’ una pianta solare la cui vistosa apparenza, fra la primavera e il pieno dell’estate, festeggia la buona stagione.

    Questo fiore era del tutto assente nella tradizione letteraria italiana, fino a quando Giacomo Leopardi, con occhio attento alla realtà che lo circonda, lo fa entrare come protagonista nella sua lirica intitolata appunto La ginestra.

    Il poeta si rese conto infatti che per la poesia della protesta e dell’eroica accettazione del destino di sofferenza dell’uomo ci voleva un fiore nuovo, non ancora cantato. Occorreva mettere da parte le rose e le viole e affidarsi a qualche altro fiore. Gli bastò guardarsi intorno nel paesaggio vesuviano per cogliere il fascino prorompente della ginestra. I suoi cespugli gialli, che sembrano trionfi di luce dorata, affascinarono il poeta, il quale però non ne sottolinea il colore o l’aspetto solare, ma mette in risalto l’odore. Sulle falde del Vesuvio, prive d’ogni altra pianta e perciò senza altri profumi, quello della ginestra si impone:

    Qui su l’arida schiena

    del formidabil monte

    sterminator Vesevo,

    la qual null’altro allegra arbor né fiore,

    tuoi cespi solitari intorno spargi,

    odorata ginestra,

    contenta dei deserti.

    (vv. 1-7)

    Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

    i danni altrui commiserando, al cielo

    di dolcissimo odor mandi un profumo,

    che il deserto consola.

    (vv. 34 – 37)

    Questo fiore, oltre che essere nuovo per la tradizione letteraria italiana, rappresenta anche un modo completamente innovativo di usare il fiore in poesia. Non è più elemento per un paragone, non è più immagine di una realtà trascendente come nel Medioevo, non è più semplice elemento decorativo, ma dà inizio alla serie moderna dei simboli, degli oggetti cioè che materializzano un’idea, un pensiero, una concezione della vita. In questo caso la vitalità della pianta, rigogliosa anche nelle condizioni più avverse, diventa simbolo di quella tenacia che deve contraddistinguere la vita degli uomini, i quali, di fronte alle catastrofi che si abbattono su di loro, devono reciprocamente aiutarsi per condurre al meglio la loro pur sempre misera vita e così opporsi alla natura nemica. Con La ginestra di Leopardi inizia la poesia della modernità, ancor prima dei Simbolisti francesi. La ginestra è per lui testimone vegetale di una città scomparsa sotto la lava e i lapilli di un’evento straordinario della Natura, è immagine del perdurare della Natura e della sua forza in opposizione alla precarietà e alla debolezza dell’uomo e delle sue realizzazioni storiche, ma diventa anche il simbolo di chi contempla con addolorata ironia le magnifiche sorti e progressive.

    La ginestra chiude i Canti del Leopardi, di cui costituisce l’epilogo reale e ideale, il momento di sintesi del complesso itinerario poetico e meditativo del poeta. Egli affida la riconoscibilità della lirica ad un fiore che si colloca in un paesaggio reale, caratterizzato dal Vesuvio e dal riemergere di Pompei ed Ercolano, luoghi dove un tempo fiorirono popolose e ricche città. Con un andamento circolare, l’immagine della ginestra apre e chiude il canto (1° e 7° strofa), ma nella ripresa della strofa conclusiva il poeta si tradisce: non è solo l’osservazione ad averlo ispirato, a far cadere il suo occhio sulla ginestra è stata anche la sua memoria letteraria: la ginestra infatti viene definita lenta, cioè “flessibile”, aggettivo, ispirato di certo al virgiliano lentae genistae delle Georgiche (II, 12), aggettivo capace di conferire una nota affettiva a questo fiore che al poeta appariva mite e quasi umano nella desolazione ambientale in cui si trovava a vivere.

    Proviamola anche in cucina:

    Antipasto rustico

    Raccogliere una manciata di fiori di ginestra e un mazzetto di foglie giovani di tarassaco per persona. Sfogliare i fiori e lavare accuratamente i petali. Privare del gambo le foglie di tarassaco, lavarle, arrotolarle in mazzetti compatti e tagliarle finissime. Far rassodare 3 uova di quaglia per persona, sgusciarle (dopo averle fatte raffreddare sotto l’acqua corrente). Disporre in ogni piattino l’insalata di tarassaco con al centro le uova, tagliate a metà, cospargere con i petali di ginestra, condire con sale e olio, limone (o aceto, a piacere) e guarnire con un cucchiaio di maionese.

    di Rosa Elisa Gangioia

    La fotografia è di rebranca46

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